La festa di San Patrizio un mito americano ?

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A San Patrizio, festa cara al cuore di tutti gli irlandesi sparsi ai quattro angoli del pianeta, è toccata la stessa sorte di  Samhain, altra ricorrennza dalle radici celtiche, ormai nota a livello mondiale come Halloween, l’americanissima festa delle zucche e  del  ” dolcetto-scherzetto”, imitata e malamente copiata dagli esterofili di casa nostra.

A tutti gli italiani appassionati d’Irlanda che ogni anno, in occasione dell Paddy’s day  si riversano negli irish pub che  costellano il nostro paese,  forse non piacerà sapere che Saint Patrick  che in realtà  si chiamava Patricius, non era   irlandese e nemmeno scozzese, come molte leggende tutt’oggi raccontano, ma era nato nel  431 d C in un ‘area che più o meno corrisponde all’odierno Galles, in quella  che all’epoca, era ancora la Britannia Romana.  Non si sa se fosse  nato cristiano o lo sia diventato in seguito. Gli studiosi sono concordi nell’affermare che  sia stato catturato giovanissimo da un ‘orda di pirati provenienti dall’Hibernia( (nome romano dell’Irlanda) e costretto  a servire come schiavo presso una potente famiglia di chieftains dell’Isola di Smeraldo. E qui ancora, la storia si confonde con la leggenda. Pare che il giovane schiavo sia stato in seguito rivenduto e che per vie traverse sia sbarcato a Roma, dove finalmente convertitosi al cristianesimo, decideva di ritornare in quella terra che l’aveva visto schiavo per diffondere il verbo di Cristo. Cosa gli  sia successo in seguito , si perde nelle nebbie della storia. Unica fonte  certa   rimane  la Confessio di cui  pare che Patricius fosse l’autore.

Se San Patrizio sia poi  diventato emblema dell Irlanda a livello mondiale, lo  si deve deve invece  ai milioni di emigranti  che sulle strade d’America  avevano bisogno di un simbolo forte della loro identità,   spesso calpestata anche oltreoceano, dove erano sbarcati sulla spinta della Grande Carestia del 1848. Per capirlo, bisogna seguire una rotta che riporta ancora più indietro nel tempo, al 1737, a Boston , quando un gruppo di irlandesi  si riunì per festeggiare  il  Santo secondo le usanze della madrepatria

La prima Saint Patrick Parade ebbe luogo invece a New York nel 1766, dove un gruppo di soldati cattolici irlandesi che facevano parte dell’esercito britannico di stanza nelle colonie inglesi della East Coast,   sfilò per le strade della città suonando musiche tradizionali con pifferi e tamburi.
L’ importanza  della ricorrenza aumentò dopo la  Guerra di Secessione (1861-1866) e   per tutto  il 19esimo  secolo, grazie all’arrivo di un numero sempre crescente di immigrati irlandesi.  Molti sostengono che proprio a causa delle forti discriminazioni   che l’elite americana di origine britannica infliggeva ai nuovi arrivati,  spesso etichettati come ubriaconi e criminali,  la festa di San Patrizio rappresentasse l’unica-occasione  per mostrare il proprio orgoglio identitario.  Le. celebrazioni,  in origine limitate ai ghetti irlandesi  delle maggiori città’ della costa atlantica,   si estesero in seguito  a tutti gli Sati Uniti sotto la spinta della corsa all’Ovest e la conseguente colonizzazione  di tutto il territorio americano. L’uso della mitologia  cattolico irlandese che attribuiva  a San Patrizio  miracoli come  la cacciata dei serpenti dall’Irlanda, il trifoglio che il santo usava per spiegare il mistero della  Trinita  e altre leggende, hanno avuto grande ruolo nella diffusione  del culto . Gli irlandesi-americani  hanno avuto così un ottimo patrono   a custodia della loro identità’ cattolica ma anche un buon protettore del oro spirito nazionalistico, spesso umiliato .   Ma nella nuova patria,   il mito di  Saint Patrick non solo consacrava  il vecchio sogno  dell” Irlanda  libera dal dominio britannico,  ma santificava allo stesso tempo  l’adesione  ai nuovi  valori e alle opportunità che gli Stati Uniti offrivano loro. In seguito,  sempre grazie agli emigranti, la Festa di San Patrizio  in versione americana ritornava in Irlanda.  Oggi infatti, nella  Saint Patrick Parade di Dublino sfilano carri e bande da Boston e da New York e da altri luoghi degli Usa.  Con buona pace di Patricius, il   mito continua, ma ormai di irlandese ha solo i colori e i fiumi di guinnness, inossidabile, commercialissimo simbolo della sua festa.

Sorgente: How America Invented St. Patrick’s Day | Time.com

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Il Sentiero del Gigante. Così vi racconto la ”mia” Belfast.

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Questa è una storia vera, ve lo posso giurare anche se sembra concepita su misura per un film capace di inchiodarvi alla sedia fino all’ultima battuta. O per un bel videogame da giocare sul filo del rasoio senza abbassare la guardia, nemmeno per un attimo. È una storia vera nel senso che è fatta di brandelli di vita vissuta , di fatti veramente accaduti, di persone reali, comuni e straordinarie, ma anche di eroi, spie e traditori.
Per raccontarla, ho cambiato vita, ho dato un taglio al mio stesso passato per imbarcarmi in un’autentica avventura.

Il Sentiero del Gigante nasce così. Da una fuga e dall’amore per un paese, l’Irlanda. Da un legame speciale con una città, Belfast. Una città straordinaria , forte e viva di un presente caotico e di un passato duro a morire, le cui cicatrici sono ancora evidenti e sempre pronte a riaprirsi .
È la città del Titanic e dei Troubles. È la città degli eroi che si sono lasciati morire di fame per la libertà del paese. Ma è anche una città che guarda al futuro, stretta tra la periferia del Regno Unito e un’ Europa che ogni giorno sembra più lontana.
Tutto comincia nell’estate del 2008 quando decido di progettare un viaggio in Irlanda. E per caso, dico per puro caso, giro la bussola del mio itinerario verso Nord, destinazione Belfast. E come lettura di viaggio, il Diario di Bobby Sands. Da allora l’Irlanda del Nord è diventata la meta fissa delle mie fughe estive tanto me ne ero innamorata. Perché, per scrivere un romanzo bisogna essere innamorati, anche se non si scrive propriamente d’amore. Soprattutto quando l’oggetto della tua passione offre materia narrativa incandescente.
E così ogni volta partivo alla ricerca di quella materia . Ho esplorato il paese. Ne ho fatto oggetto di articoli e reportage. Ma non mi bastava. Volevo caparbiamente raccontarlo come nessuno, almeno in Italia, ha fatto prima. E per farlo. ho dovuto abbandonare la gabbia del linguaggio giornalistico a cui sono abituata da sempre e fare un salto nel vuoto. E soprattutto, andare a viverci in questo paese. Così sono partita, per dirla con Marcos, il protagonista, “ come fossi inseguita da mille diavoli”, nel maggio del 2012,
E così ho vissuto quattro anni nel cuore di Belfast ad ascoltare i racconti a viva voce della sua gente. Ho imparato a capire la loro lingua, un inglese nasale, fatto di parole smozzicate, di suoni impossibili. Ho vissuto in mezzo a loro, ho mangiato il loro cibo, bevuto la loro birra. E ho vissuto momenti impossibili da dimenticare. Ho ancora nelle orecchie l’eco dei colpi di pistola esplosi da un commando della Republican Antidrugs Action dell’Ira contro uno spacciatore proprio sotto la mia finestra, a pochi giorni dal mio arrivo. E i giorni della Flag Riot, nel dicembre 2012, quando gli unionisti filobritannici misero letteralmente a ferro e fuoco il centro di Belfast, perché il City Council aveva deciso di ammainare la Union Jack dal pennone della CityH Hall e di farla sventolare solo un paio di volte l’anno. Ho sentito il calore insopportabile dei bonfires, il rullare cupo e minaccioso dei tamburi dell’Orange Order, ogni anno il 12 luglio, quando i protestanti accendono il fuoco del loro orgoglio rabbioso di figli del Regno Unito in terra Irlandese. E ho ripercorso le tappe di quella guerra che dal 1969 al 1998 ha lacerato il paese. Ho incontrato chi quella guerra l’ha fatta e l’ha pagata con il carcere duro. Uomini come Seanna Walsh, compagno di cella di Bobby Sands, ad esempio. Ma anche uomini e donne sconosciuti che quella guerra l’hanno vissuto sulla propria pelle lasciando tracce indelebili nello loro vite e in quelle dei loro figli.
Nel Sentiero del Gigante ho voluto raccontare soprattutto il lato oscuro di quella storia. Ho voluto raccontare la dirty war dell’ intelligence britannica, che ancora oggi continua a lavorare nell’ombra. Ecco allora come nasce il personaggio di Stakeknife, la spia senza onore né cuore, che vende i suoi stessi amici al nemico. Ed ecco Ian Ingram, enigmatico e e tagliente agente dell’MI5. Figure che si stagliano sullo fondo del racconto, ricamando intorno al protagonista. una ragnatela di enigmi, intrighi e colpi di scena.
Ringrazio di cuore gli abitanti di Rodney Drive, la strada in cui vivo. È un piccolo avamposto che loro stessi hanno difeso, con le unghie e con i denti, dalle truppe britanniche negli anni bui dell’occupazione inglese. E dagli squadroni dell”Ulster Defence Force, fino a non molto tempo fa. Gente autentica, gente generosa. Gente che ogni notte continua a dormire, con un occhio chiuso e l’altro aperto, a ogni allarme .

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Martin Mc Guinness. Luci e ombre di un combattente per l’Irlanda.

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Migliaia di persone dietro al feretro. Il ricordo dell’amico Bill Clinton volato apposta dagli Usa a Derry per l’ultimo saluto. Le parole in gaelico del reverendo David Latimer of the First Derry Presbyterian Church:  “Go raibh mile maith agat Martin- Mille grazie Martin”. Parole di un pastore protestante nella cathedral di  Saint Columb. Una chiesa cattolica  come cattolico era Martin Mc Guinness, ex comandante dell” Ira, poi uomo di pace e infine viceprimonistro dell Irlanda del Nord. Una vita e una morte ricca di contrasti, costellata di luci e di ombre. Una vita che sintetizza e rappresenta  la storia  recente di un intero paese.

Al contrario  di Bobby Sands, l’eroe che non si è  mai arreso fino al sacrificio estremo,    Martin Mc Guinnes , ex chief commander di Oglaigh na’Eirean ( nome gaelico dell’Ira) ha  scelto di deporre le armi e di sedersi al tavolo della pace. Una scelta che  gli ha fatto guadagnare l’ epiteto di traditore da parte  di alcuni suoi ex compagni. Una scelta che invece   lo consegna alla storia come uno dei maggiori artefici di quel  processo  che avrebbe dato vita al Good Friday Agreement (1998), l’accordo che  ha sancito la fine di un conflitto che per 30 anni ha insanguinato le sei contee dell’Ulster che ancora appartengono al Regno Unito.

Martin Mc Guinness si è spento il 21 marzo a 66 anni in seguito a una rara malattia genetica che covava da anni  e che è esplosa all’improvviso.   Due mesi fa aveva rassegnato le dimissioni  da vice premier  in segno di protesta per lo scandalo sui fondi per ie energie rinnovabili che aveva travolto la premier unionista Arlene Foster, tutt’ora primo ministro dell Irlanda del Nord.

Una parabola esemplare la vita di Martin il “traditore”  che  comunque, a differenza di alcuni suoi ex commilitoni, non ha mai rinnegato il suo passato di combattente dell’Ira,  guadagnandosi cosi’ la stima e il rispetto dei suoi avversari. Come  il leader unionista nonché simbolo  del fanatismo  lealista, il reverendo Ian Paisley con cui ha condiviso il governo dell’Irlanda del Nord dal 2007 al 2008.

”  Non esistono soluzioni militari – il dialogo e la diplomazia sono l’unica garanzia di una pace duratura “. Una delle sue citazioni più’ famose che hanno segnato il resto della sua esistenza, dopo la resa delle armi  e la riconciliazione.
Martin  era un ex ragazzo del Bogside, il quartiere  di Derry simbolo della lotta senza quartiere conto l’oppressore britannico. Nato nel 1951 da una famigli ultracattolica, secondo di sette figli,   a 17 anni si era arruolato nell’Ira. Fu arrestato per la prima volta nel 1972 perchè sorpreso a bordo di una macchina carica di esplosivo e munizioni. Al processo che si svolsel nel 1973 ,dichiarò:  “Sono un membro dell’Ira e ne sono molto, molto orgoglioso”

Successivamente entrò a far parte dello Sinn Fein, allora  braccio politico dell”Ira. Sempre nell’esercito repubblicano irlandese, arrivò a ricoprire la carica di comandante supremo di tutta la divisione dell’ Irlanda del Nord e di 5 contee dell’Eire.

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“Un ragazzino cattolico del Bogside non è  più colpevole di un ragazzino nero di Soweto” amava ripetere per  sottolineare l’estrema necessità della sua scelta, accomunando popoli e cause in nome di un giustizia che secondo la sua visione, andava ben oltre i confini del suo paese.

Sulla sua testa grava l’accusa, mai provata, di aver autorizzato nel 1979 l’attentato di Warren Point  in cui morirono Lord Mountbatten, suo nipote e  18 soldati della scorta. Accuse sempre respinte, accuse che anche in occasione della sua morte, qualcuno, in un atto di sciacallaggio mediatico,  ha riportato alla luce.   Nient’altro che ombre,  subito   eclissate dalle luci della celebrazione unanime e dal cordoglio della sua gente, di chi lo ha amato e di chi ha lavorato al suo fianco.

Uomo di pace  di guerra. Politico abile e  mediatore carismatico. Comunque sia  stato, la sua morte chiude definitivamente un’era nella storia tormentata dell’Irlanda del Nord.

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Regno Unito. Theresa May, vecchi fantasmi, nuove austerità

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Nel cuore di Londra, uno spettro aleggia sul portone del numero 10 di Downing Street. Sta spiando la signora in spolverino e scarpe leopardate che da poco vi si e’ trasferita. E’ il fantasma di Margareth Thatcher, evocato da tabloid e televisioni di mezzo mondo, da quando Theresa May, la nuova inquilina e’ diventata la donna più’ potente d’Inghilterra, dopo Sua Maestà la Regina , of course.

Mrs Thatcher sorride compiaciuta pensando che finalmente, dopo 26 anni, da quando lei stessa in lacrime, si era chiusa alle spalle il portone del 10, una donna e’ arrivata a rimettere ordine nello spaventoso caos del suo paese all’indomani del Brexit.

-Se la nuova “ragazza” è capace, si vedrà- pensa l’ex Lady di Ferro, Intanto, tutti si affannano a cercare punti in comune tra le due dame . A cominciare dall’Università. Theresa come Margareth ha studiato ad Oxford. Come lei ha un marito devoto, conosciuto da studentessa, e che forse vivrà’ alla sua ombra, come all’epoca fece il suo Denis.

Con buona pace di Mrs Thatcher , Theresa May si sta facendo notare come donna energica e dotata di senso pratico. Tanto che dopo l’inchino e il baciamani alla Regina, si e’ subito affrettata a rimboccarsi le maniche per traghettare la Gran Bretagna fuori dalla Ue alle migliori condizioni. Ma prima di volare da Frau Merkel e da Monsieur Hollande, si e’ levata lo sfizio didi bacchettare il buon Jeremy Corbin. ormai duramente sbatacchiato dalle diatribe interne al suo partito, definendolo un boss senza scrupoli. Gia’, i laburisti! Altro problema da risolvere e alla svelta.

Noiosa ma competente, come l’ha seccamente bollata The Independent, anche May, ha un forte senso del dovere e un senso dello Stato come entità sovrannaturale a cui immolare vite umane se necessario. Da Margareth Thatcher ha ereditato devozione alle regole e moralità ferrea. Come si conviene alla figlia di un pastore anglicano, si dedica alle opere di beneficenza e ci tiene a farlo sapere. Forse per espiare le troppe durezze di quando era Home Secretary, ovvero ministro dell’Interno , carica che ha ricoperto dal 2010 fino al momento della sua elezione a metà luglio. Come non ricordare la feroce determinazione con cui attacco’ l’Imam Abu Qatada , sospettato di essere il braccio destro di Bin Laden, ottenendone l’espulsione dal Regno Unito e assicurandosi così il titolo di salvatrice della patria. Patria per cui sembra disposta a tutto, tanto da dichiarare di essere pronta a usare le armi nucleari se necessario. Lo ha detto forte e chiaro durante la seduta per la discussione del Piano Trident, lo scudo nucleare del Regno Unito. Patria che difende con le unghie e con i denti anche dall’altro incubo che affligge molti inglesi, ovvero i migranti.

Come l’anno scorso quando affermò a muso duro che la Gran Bretagna non avrebbe accolto nemmeno i rifugiati siriani, crepi la politica dell’accoglienza imposta dalla Ue. Tutto per compiacere l’ elettorato, sia quello moderato e benpensante, sia quello apertamente xenofobo e razzista. Theresa sa essere austera, quasi bacchettona e, allo stesso tempo, stravagante. Proprio come si addice a una vera british vecchio stampo. Come rivelano anche le sue scelte in materia di look. Usa colori sobri ma osa e scarpe variopinte, gonne scozzesi e spolverini improbabili e non nasconde la sua adorazione per Vivienne Westwood. Mostra le ginocchia sotto gonne svolazzanti ma va a messa tutte le domeniche. Si dichiara favorevole ai matrimoni gay. Si autodefinisce femminista, ma c’è da aspettarsi che farà ben poco per le donne inglesi. Soprattutto per quelle che soffrono perché vittime di un sistema educativo fallimentare, quelle che abbandonano la scuola causa gravidanze in giovanissima età e che a 30 anni sono già distrutte dall’alcool e ben lontane dal mercato del lavoro. Donne dal portafoglio ridotto all’osso dai tagli al welfare. Donne di tutte le età, anziane in testa, ridotte a riempirsi la borsa della spesa gratis alle food banks perché non possono andare nemmeno al supermercato. Quelle donne che saranno le prime vittime di nuove e sadiche austerità in nome della salvezza dell’economia nazionale.

Giulia  Caruso

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Sorgente: Regno Unito. Theresa May, vecchi fantasmi, nuove austerità

Il più amato

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Non e’ nel mio stile criticare nessuno post mortem. Ma mi sono permessa di farlo su un articolo di Oriana Fallaci che con il suo consueto furore, faceva a pezzi Mohamed Ali‘. Ovviamente sono stata attaccata duramente su un blog di terza categoria. Ma non basta. I quattro invasati in questione hanno colto l’occasione per sputare fango sul “pagliaccio simpatico” come lei stessa lo aveva definito L’articolo di cui parlo, era stato pubblicato da uno dei peggiori quotidiani che l’editoria nazionale abbia mai partorito. Io invece penso che cio’ che ha avuto il potere di scatenare il livore della Fallaci e dei detrattori di Ali, non e’ stata la sua capacita’ di essere un immenso pugile, cosa che forse gli avrebbero perdonato. E’ stato piuttosto il suo potere di andare oltre il cliché del negro venuto al mondo per divertire con l’esibizione del suo corpo, della sua potenza muscolare o del suo esser clown o predicatore. Ali’ ha avuto il potere e il coraggio di infrangere questo cliché’ e non morire ammazzato come invece e’ successo a Martin Luther King, Malcon X e altri. Non era sicuramente un matre a’ penser, ma molte sue frasi hanno avuto il potere di ispirare e incoraggiare oceani di persone, compresa me stessa. Aveva un maestro Elija Mohammed, leader dei Musulmani Neri da cui, come sostengono i suoi detrattori, era stato biecamente indottrinato perché “tanto, poverino era solo capace di menar pugni”. Si puo’ criticare questa scelta, ma pensiamo a un giovane nero degli anni sessanta alla ricerca di un’ identità potente ed eversiva, capace di riscattare la sua gente, e avremo l’esatta cifra di quella scelta. Ali’ non era uno stinco di santo e tradiva le sue donne ma era un buon padre. E’ stato il più’ grande, ma anche il più amato.

THE MOST LOVED

It ‘s not my style to criticize anyone post mortem but I allowed myself to do it on an article by Oriana Fallaci who, with his usual fury, tried to destroy Muhammad Ali’ . Obviously I was hardly attacked on an italian blog. by a few fanatic racists who took the opportunity to spit on the mud ” the cute clown ” as Fallaci called him.The article I’m talking about, had been published by one of the worst italian newspapers. I think that the main thing that had the power to unleash the bitterness of Fallaci and Ali’s detractors , was not his ability’ to be a huge boxer, something that perhaps they would have forgiven . It’ was rather his power to go beyond the cliché of “the negro” who is born just to entertain the world with the performance of his body , of his muscle power or his being a clown or a preacher. Well, Ali ‘ had the power and the courage to break this cliché ‘ and not being killed for it, Instead of what ‘ happened to Martin Luther King , Malcon X and others. Ali was not a maitre a ‘ penser, but many of his quotes had the power to inspire and encourage oceans of people , including myself. He had Elija Muhammad,. Black Muslims leader as a master from which, as claimed by his detractors, Ali had been indoctrinated, because ” so much, poor thing, was only able to fight ” . We can ‘ criticize this choice but we must think of a young black man in the sixties, looking for a powerful and subversive identity, able to redeem his people, and we will have the exact figure of that choice . Ali ‘ was not a saint, and often cheated on his women, but he was a wonderful father . He was the Greatest but also the Most Loved.

Sorgente: (16) Giulia Caruso

Dublino, la ribelle che sfidò un impero

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Da queste parti li chiamano “rebel tour” . Sono gli itinerari sui luoghi della Easter Rising, l’insurrezione che nell’aprile del 1916 diede l’avvio alla guerra d’Indipendenza dalla Gran Bretagna, e che culminò nel 1922 con la costituzione del Free State, la Repubblica D’ Irlanda.

Il mio viaggio nella Rebel City, parte dal leggendario Gpo. il General Post Office da cui, il 24 aprile 1916, divampò l’Insurrezione. Siamo nel luogo dove “ a terrible beauty is born”, come scriveva William B. Yeats, poeta premio Nobel, col cuore infranto dall’amore non corrisposto per la bella agitatrice nazionalista, Maud Gonne.

Il  Gpo in occasione della Easter Rising Commemoration 2016. Foto Giulia Caruso

Il Gpo in occasione della Easter Rising Commemoration 2016. Foto Giulia Caruso

Sempre da qui, tra il fuoco dei nemici, Padraigh Pearse, altro poeta e patriota, lesse il proclama “ Poblacht na Eireann- al Popolo d Irlanda”, che sanciva la nascita di una repubblica indipendente dal dominio britannico. Una decina di giorni più tardi, la resa, dopo un bagno di sangue di quasi cinquecento vittime tra civili e militari, e con fucilazione dei rivoltosi nel carcere di Kilmainham.
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Ancora oggi, sulle colonne corinzie che decorano la facciata dell’edificio, sono  evidenti i fori delle pallottole. Il Gpo progettato dall’architetto Francis Jonhston e inaugurato nel gennaio del 1818 è ancora oggi in funzione. Nell’atrio i cittadini in fila agli sportelli si confondono con i visitatori in pellegrinaggio davanti alla statua di Cuchulainn morente, l’eroe della mitologia celtica, opera di Oliver Sheppard (1865-1941), emblema dell’Irlanda agonizzante per la libertà

Teatro della rivolta fu anche O’ Connell Street, la strada principale di Dublino su cui il Gpo si affaccia. Oggi è una babele di voci e lingue, colori e volti da ogni parte del mondo, animata fino a tarda notte , continuamente percorsa da fremiti politici, manifestazioni e cortei, all’ombra delle statue dei protagonisti dell’indipendentismo irlandese. Ne è un esempio la statua di Daniel O’ Connell, leader nazionalista dei primi dell’800 a cui è intolata la strada. O quella più recente di James Larkin, il sindacalista rivoluzionario che organizzò lo sciopero generale del 1913, The Dublin Lockout che paralizzò la città intera per giorni e giorni e che passò alla storia del movimento operaio internazionale.

The Garden Of Rimembrance e’ l’altro luogo sacro alla memoria dell’indipendenza irlandese, dove si concludono di rito tutte le commemorazioni patriottiche, è un’oasi nel caos di Dublino. Inaugurato nel 1966 in occasione del 50esimo anniversario, incanta il visitatore con un gruppo bronzeo raffigurante The Children Of Lir, i cui corpi si trasformano in cigni in atto di spiccare il volo.E’ opera dello scultore Oisin Kelly, che si è ispirato all’antichissima leggenda dei figli del re Lir, schiavi dall’incantesimo di una matrigna gelosa che li aveva condannati a vivere sotto forma di cigno per centinaia di anni

Il mio viaggio  nella  Rebel City  si conclude  nell’ex prigione di Kilmainham.   Un itinerario toccante  tra cellule umide e buie dalle pareti scrostate, dove il tempo sembra essersi fermato. . Qui, nel cortile delle esecuzioni,  dove  oggi    sventola il tricolore irlandese, il 12 maggio 191, i patrioti  del Post Office furono fucilati. A cadere sotto il fuoco, oltre allo stesso Padraig Pearse, anche il leader socialista James Connolly, che fu legato a una sedia perché a causa di una gamba incancrenita non riusciva a reggersi in piedi. Costruito nel 1796, era stato destinato ai detenuti comuni ma in seguito alla terribile carestia del 1848, vi finirono  centinaia di donne e bambini,  colpevoli solo di aver elemosinato un tozzo di pane  e qualche spicciolo per le strade di Dublino .  Solo in seguito,  il carcere ha ospitato solo detenuti politici,  dalla fine dell’800 fino alla  chiusura nel 192, all-indomani della proclamazione delle Repubblica d’Irlanda.,

 

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